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heloise06
Triciclo
Italy
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Posted - 28/03/2009 : 11:07:18
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I TIMORI PER L’AZIENDA DELL’AQUILA) UNA TUTA ROSSA DA PADRE IN FIGLIO TRENT’ANNI DI STORIA DELLA GUZZI
Carlo Zucchi ha passato il lavoro e la passione sindacale al figlio Fabrizio.
“Con il senno di poi, si stava meglo quando si stava peggio”, dice Carlo Zucchi, ex operaio della Guzzi,cresciuto in quello stabilimento. In pensione ci e’ andato nel 1998 e, con tutto il cuore, non lo invidia proprio suo figlio Fabrizio, che alla Guzzi ci lavora ancora. “Negli anni settanta già ci lamentavamo, ma a conti fatti la Guzzi camminava bene, con il suo padrone, Alessandro De Tomaso, il suo ingegnere e il suo capo officina. Di quella grande azienda, con una struttura snella. E di tanto orgoglio, di quel sentimento di appartenenza è rimasto poco o nulla”.Facciamo un tuffo nel passato. Quando Zucchi, nel 1976 all’età di 30 anni, bussa alla porta della Guzzi, in cerca i un posto di lavoro:”Mi ero stufato di lavorare in una piccola officina. E cosi’ ho cercato un posto in Guzzi, allora era un onore lavorare li’. Il colloquio e il “capolavoro”- una sorta di prova pratica- per testare le mie competenze. L’allora direttore Marini mi accolse a braccia aperte, facevo parte della mitica Moto Guzzi, un’azienda che contava 900 dipendenti”. Linee produttive incandescenti, gente alla catena di montaggio, rumore assordante nelle officine,le grida e le risate dei lavoratori che si mischiavano le une alle altre. Una gigantesca macchina che non si fermava neppure di notte e sfornava 54 mila esemplari l’anno.Erano gli anni settanta quando l’Italo-argentino De Tomaso sfido’ i giapponesi, mettendo sul mercato la sei e la quattro cilindri e alleggerendo la gamma dei veicoli, che a quel tempo produceva un’po’di tutto, dal ciclomotore al motocarro: “Si scelse il segmento delle moto di media e di grossa cilindrata. Si continuo’ su questa strada, ma la gara con il Giappone fu persa in partenza. Gia’ allora le prospettive non erano delle piu’ rosee. I colossi giapponesi avevano numeri ed una potenza finanziaria che non era neanche lontanamente paragonabile a quella della Guzzi”. Poi fu la volta di quel manager milanese, Giampiero Sacchi, che aveva messo in salvo la Moto Guzzi, tenendo le redini della fabbrica tra il ’94 ed il ’97: “ Aveva salvato la fabbrica. E prima di andarsene aveva detto”La Guzzi ce la puo’ fare”. Ma la realta’ e’ stata un’altra. Un passaggio di proprieta’ dopo l’altro e una convinzione sola da parte dei lavoratori:”Chiunque abbia acquistato questa azienda ha dato poco e preso molto, spolpandola.”Per il Lecchese, e ancora di piu’ per i dipendenti che ci lavorano, la Guzzi e’ prima di tutto una questione di cuore. Un simbolo della capacita’ innovativa e del saper fare dei Lecchesi. Insomma, un mito che in tanti continuano a paragonare alla Ferrari di Maranello.Nel ’95 anche il figlio di Carlo Zucchi, entra alla Guzzi. Fabrizio oggi ha 32 anni, anche lui alla Guzzi e’ nato ma potrebbe non crescerci ancora per molto.Tra padre e figlio c’e’ stata un’ideale staffetta anche nell’impegno sindacale. Carlo e Fabrizio sono impegnati nella Fiom-Cgil come delegati di fabbrica. E anche oggi che e’ in pensione Carlo continua a frequentare la sede sindacale di via Besonda.”Quando Piaggio ha comprato Aprilia e’ apparso subito chiaro che non ci fosse un grande interesse per la Guzzi-dice Fabrizio Zucchi – Sta di fatto che i nuovi modelli li ha scelti Piaggio, i pezzi li hanno fatti loro e se queste nuove moto non si vendono e non piacciono no e’ certo colpa degli operai che costano troppo. Ora ci vengono a dire che, per stare in pareggio bisogna vendere 13 mila moto all’anno”. Il doppio rispetto a quelle vendute nel 2008: “Eppure nel ’95 , quando c’era Sacchi, il pareggio si raggiungeva con 6 mila moto vendute, 360 lavoratori di cui quasi trecento operai. Gli impiegati erano pochi e in amministrazione ci stavano il capo del personale, il direttore di produzione e 2 ingegneri. Oggi la marea di dirigenti e l’immensa sovrastruttura di questa fabbricasi specchia con il suo dissanguamento, aggravato dall’esternalizzazione che ha un grosso costo. Quindi le 13 mila moto da vendere servono per pagare l’apparato dirigenziale?”. Articolo di Gloria Riva La Provincia di Lecco di Domenica 22/03/2009 Riportato da www.heloise06.it
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